Come siamo andati in Serie A: sesto e settimo capitolo

Foto: Archivio Alessandro Russo

Foto: Archivio Alessandro Russo  Foto: CalcioCatania.com

Quarto appuntamento con le memorie rossazzurre di Mario Corti, giocatore del Catania dal 1957 al 1964

Buongiorno, buongiorno.
Quarto appuntamento con Come siamo andati in serie A, la rubrica che mescola il passato remoto rossazzurro con la realtà odierna con protagonista un elefante che da settant’anni e passa tutte le sante domeniche non fa altro che giocare a pallone.
Chi, ancor prima dello scoccare dell’ora X, volesse assaggiar subito a mo’ di tartine e salatini, tutto quello che andrà in onda quest’oggi, addì quattordici marzo duemilaediciannove, sappia che nel giro di poco tempo incapperà tra I nervi di Taranto e Reggio Emilia e La panciera di Bonci. Trattasi per l’appunto del sesto e del settimo capitolo dello stuzzicante libricino redatto di suo pugno da Mario Corti, stampato in modo artigianale a Catania nel giugno millenovecentosessanta e che propriamente s’intitola Come siamo andati in serie A.

Parimenti, per chi voglia incedere un po’ più adagio nella lettura procedendo nel rigoroso rispetto della scaletta da me medesimo preparata, s’avvicina lo spazio dedicato alla bella vittoria rossazzurra di quattro giorni fa in quel di Catanzaro. Si tratta, nondimeno, di tre punti fondamentali, sudati e più che meritati e che giustappunto portano tre firme, la prima è quella di Walter Novellino, la seconda è di Alessandro Marotta, la terza di Matteo Di Piazza.

Rosario e Carmelo, cuori rossazzurri... 



«Stu Catania – ecco Rosario- – sta accuminciannu a piacirimi. Finalmente ho visto una difesa solida, un centrocampo bravo nelle ripartenze e un attacco fulminante: non mi passi veru ca m’arricriai. Il mio rimpianto è che Novellino poteva essere il nostro allenatore già qualche settimana prima; in quella maniera, forse, la classifica sarebbe stata un po’ più polposa…»
«A virità
– lo interrompe Carmelo – è ca nda sta nostra città u Catania veni sempre dopo a Juventus. I sintisturu tutti pari i bummi l’autra sira dopu a pattita cu l’Atleticu Madrid di Simeone, vero? Ammia mi pari ca tanti catanesi i bummi ci l’anu nda testa...»

Arrivati a questo punto, ahimè, il tempo dedicato al presente sta per scadere e ci rimane solo lo spazio virtuale d’un paio di righe. Ritengo sia giusto riempirlo istantaneamente scrivendo che lo scorso lunedì undici marzo, sarebbe a dire appena tre giorni orsono, né Rosario, né Carmelo e manco io abbiamo seguito le prodezze televisive dell’attuale patron del Calcio Catania, dagli studi d’una piccola emittente locale.
Buona continuazione.


CAPITOLO SESTO: I NERVI DI TARANTO E REGGIO EMILIA
Quando vi ho raccontato della partita di Biagini a Taranto non vi ho mica detto di come stavo io quel giorno. La maggior parte di voi mi avrà visto senz'altro giocare e sa perciò che non sono affatto uno che picchia in campo, anzi mi sembra di essere tra quei giocatori ai quali piace giocare e lasciar giocare senza far ricorso alle scarponerie. Quel giorno a Taranto però mi sentivo uno strano argento vivo addosso, ero arrabbiato, ce l'avevo con tutti i nostri avversari. Le due domeniche precedenti il Modena ed il Parma non avevano mica fatto tanti complimenti in casa nostra ed oltre ad imporci il pari ci avevano lasciato alcuni evidenti ricordi sulle gambe. Tra me e me dicevo perciò che non bisogna fare tanti complimenti al gioco del calcio e che chi ne fa rimane fregato. Sul campo pugliese, dunque, contrariamente a quelle che sono le mie abitudini, ci diedi veramente sotto: non guardavo in faccia nessuno e quando c'era da entrare su un pallone io entravo deciso senza tanti complimenti. Arbitrava Jonni che s'accorse del mio nervosismo e mi chiamò e m'ammonì verbalmente diverse volte; ad un certo punto, anzi, temetti che mi volesse cacciare via dal campo, invece con me fu clemente e non mi diede nemmeno l'ammonizione. Alla fine della partita mi andai a scusare con quelli del Taranto, ma loro poverini erano troppo nervosi perché la sconfitta significava un grave passo indietro verso la retrocessione e quasi non mi diedero retta. Pazienza, spero che più tardi, a mente serena, abbiano capito.

Un'altra volta che giocai nervoso fu a Reggio Emilia. Al momento di spogliarci poco prima della partita, l’allenatore Di Bella mi diede la maglia numero cinque e mi disse: «Oggi devi giocare da centromediano. Arrangiati!» Grani quella domenica era indisponibile per via di un foruncolo che gli aveva procurato febbre ed infezione, sicché a qualcuno doveva ben toccare di sostituirlo. Per me il ruolo di centromediano non era completamente nuovo in quanto, come vi dicevo al principio, a 17 anni avevo esordito con la Sampdoria in Serie A proprio con la maglia numero cinque sulle spalle. Ma la partita di Reggio Emilia, come quasi tutte quelle giocate quest'anno in questo travagliatissimo campionato, era per noi di una vitalissima importanza e perciò mi pesava addosso una grande responsabilità. Oltretutto erano anni che non giocavo da centromediano e non sapevo se sarei riuscito a riadattarmi in tale delicato ruolo. Fatto sta che scesi in campo con i nervi a fior di pelle anche quella volta. Per fortuna tutto andò bene, io disputai - dissero - una buona partita e lasciammo imbattuti il difficilissimo terreno emiliano. Ma alla fine mi sentivo letteralmente sfinito: la tensione nervosa mi aveva tagliato le gambe. La settimana seguente, però, riuscii a rimettermi in sella, come si suol dire, e ripresi il mio posto di laterale restituendo di buon grado quello di centromediano al titolare Grani che si era intanto rimesso dal suo leggero malanno. Quella di Reggio Emilia rimane perciò l'unica partita giocata quest’anno in un ruolo diverso da quello mio abituale di laterale sinistro.

Catania-Novara 3-1: il rigore trasformato da Prenna 



CAPITOLO SETTIMO: LA PANCIERA DI BONCI
Merita raccontare quello che accadde a Lecco alla fine della partita pareggiata nel secondo tempo con due magnifiche reti di Prenna. Quella volta, dopo avere subito due gol dagli scatenati (nel primo tempo) nerazzurri lariani, davvero temevamo di non farcela ad ottenere un risultato utile che pure era per noi importantissimo in quanto ottenuto sul campo di un'avversaria diretta nella lotta per la promozione. Nella ripresa invece, la solfa cambiò e riuscimmo a restituire al Lecco lo scherzo che lui ci aveva fatto al girone di andata quando gli capitò di pareggiare con lo stesso punteggio di due a due una partita che per lui sarebbe stata senz'altro persa senza le distrazioni in cui quel giorno incappò malauguratamente il nostro pur bravo portiere Seveso. A Lecco, dunque, toccò a noi rimontare, con due prodezze di Prenna, due gol al passivo e vi lascio immaginare quanto fossimo contenti alla fine. Eravamo tanto contenti che organizzammo uno “scherzo terribile“ al buon Bonci che è stato un po’ la nostra bandiera quest’anno tenendoci uniti e su col morale anche nei momenti più difficili.

Mentre Bonci stava sotto la doccia prendemmo dall’attaccapanni la sua vecchia panciera di lana e gliela tagliammo on una lametta da barba a striscettine sottili in modo da formare quasi una sorta di gonnellino all’...hawajana. Poi rimettemmo tutto al suo posto. La faccia di Bonci quando venne a rivestirsi e s'accorse dello scherzo merita di essere ricordata: non riesco ancora a capire se era soltanto afflitta od anche arrabbiata. Di certo c'è che si lamentò con tutti e quasi... si metteva a piangere. Il fatto è che, come lui stesso disse e come io benissimo rammentavo, quella panciera aveva undici anni di vita, la metteva da quando giocavamo insieme nel Piombino, rappresentava quasi un caro ricordo di famiglia per lui ormai e perciò c'era affezionato davvero. Comunque accettò il...fatto compiuto, anche se si vide benissimo che lo scherzo gli era dispiaciuto parecchio.
Di Bonci merita ricordare quello che gli capitò sempre a Lecco quest'anno. Eravamo alloggiati presso l’hotel “Croce di Malta” e qui conoscemmo una simpatica, attempata coppia di americani che prese a familiarizzare con noi. Erano due garbate persone di mezza età: lui un ingegnere venuto in Italia per rendersi conto di certi sistemi di impianti di funivie in uso da noi; lei arrivata in Italia al seguito del marito c'era rimasta ormai da più mesi innamorata delle bellezze naturali nostrane. I due in America avevano un figlio che giocava al calcio in una squadra universitaria di seconda divisione, quindi erano in piena dimestichezza con il mondo della palla rotonda. Pensate che presero a venire (soprattutto la signora) tutti i giorni in pullman con noi da Lecco a Mandello dove andavamo a fare allenamento e discutevano, nel loro approssimativo italiano, con il nostro allenatore Di Bella suggerendogli... tattiche e indicazioni tecniche, nient’affatto sballate bisogna riconoscere. I due naturalmente vennero a fare il tifo per noi prima a Lecco e la domenica successiva vennero fino a Mantova, anzi vennero a Mantova fin dal sabato sera alloggiando nel nostro stesso albergo e raccomandandoci di non aver fatto fare loro il viaggio a vuoto (nel senso che volevano da noi il risultato utile, come fortunatamente infatti poi avvenne).

I due americani erano affettuosissimi con tutti noi, ma per Bonci avevano una simpatia particolare, forse perché il buon Emilio era particolarmente gentile con loro e faceva da cavaliere alla signora ragguagliandola, in un pasticciatissimo inglese, sulle località turistiche tutt’intorno Lecco.

Fatto sta che a Mantova la domenica mattina gli capitarono in stanza alle otto e lo...costrinsero a venire a messa con loro. Come dire, cioè, che le vie del Signore sono infinite….