#70CATANIA: cronistoria prima metà anni '70

L'originale

L'originale "puzzle" composto da Rado, Picat Re, Francesconi e Ghedin per salutare l'arrivo del 1973  Foto: CalcioCatania.com

La gioia di Reggio, il mesto ritorno in B, il fallimento della gestione "politica" e il riscatto di Torre del Greco.

GIRONE DI RITORNO 1969/70: UN FINALE AL CARDIOPALMA
A dispetto dei sogni alimentati nei mesi precedenti, il nuovo decennio non inizia nel migliore dei modi. Due sconfitte esterne consecutive fanno infatti precipitare i ragazzi di Rubino al 5° posto, che viene mantenuto sino al termine del girone d'andata. Al giro di boa, però, il Catania è ancora pienamente in corsa, dal momento che i punti di distacco dalla terza piazza sono soltanto due, nonostante in casa non si vinca da inizio novembre e non si segni da cinque turni. E' quindi più salutare che mai il 3-0 inflitto all'Arezzo con cui i rossazzurri aprono il girone di ritorno davanti ai propri tifosi. Comincia così una serie positiva che riporta gli etnei in zona promozione. In questa fase rappresenta soltanto un incidente di percorso la sconfitta interna con la Ternana, alla quale Bonfanti e compagni reagiscono con due vittorie di seguito che issano la squadra al 2° posto in coabitazione col Foggia. Altri tre risultati utili consentono di allungare sui pugliesi, che si rifanno sotto alla vigilia dello scontro diretto dopo la sconfitta rimediata dal Catania a Monza.

Allo “Zaccheria” gli elefanti conquistano un punto d'oro imponendo ai satanelli uno 0-0. Alcune settimane dopo si va a Varese, dove l'11 etneo costringe al pari la capolista. Mancano quattro giornate alla fine ed il vantaggio sul quarto posto è risicato: non aiuta in tal senso il pareggio interno contro il pericolante Genoa, che determina l'aggancio del Foggia, mentre Mantova e Monza, che seguono ad un punto di distanza, si fanno minacciose. Nell'ultima partita casalinga di stagione si soffre più del dovuto e serve un colpo di testa di Cavazzoni (che dall'inizio del nuovo anno non aveva ancora segnato) per archiviare la pratica Pisa. Tenendo conto del fatto che Mantova e Monza pareggiano (tornando così a -2) e che il calendario prevede due trasferte negli ultimi due turni, la vittoria è doppiamente importante. La prima delle due gare fuori casa, a Livorno, frutta uno 0-0 che riporta i virgiliani a -1, mentre i brianzoli, sconfitti dal Varese, escono di scena.

Tutto, per l'ennesima volta nella storia del Catania, si decide negli ultimi 90'. I rossazzurri sono padroni del loro destino, perché Foggia e Mantova ospitano le ormai tranquille Livorno e Atalanta. Anche la truppa di Rubino incontra una formazione priva di obiettivi, la Reggina, ma giocare la partita decisiva fuori casa rappresenta pur sempre un'incognita. Il 14 giugno 1970, a spingere la squadra ci pensano 12.000 catanesi che invadono il Comunale di Reggio. Al 16° il centrocampista reggino Pirola porta in vantaggio i suoi con un tiro da fuori. La doccia fredda viene smaltita dopo meno di un quarto d'ora, grazie ad una prodezza di bomber Bonfanti su punizione. Il pari però non può bastare, perché le altre due rivali stanno vincendo e qualora il risultato non cambiasse si andrebbe allo spareggio coi biancorossi. Quando tutto sembra perduto ecco che due comprimari, al minuto numero 75, scrivono il lieto fine: il giovane attaccante Zimolo si fionda in avanti e a seguito della timida resistenza opposta dalla difesa reggina propizia il guizzo decisivo di Volpato che sigla la rete del sorpasso. Un sigillo alla partita e al discorso promozione lo mette poi il solito Bonfanti a tre minuti dal 90°. Dopo quattro anni il Catania torna in Serie A: per Massimino, che riesce nell'impresa al primo tentativo, l'emozione è troppa e provoca uno svenimento, dal quale però si riprende immediatamente, festeggiando coi tifosi. Gli artefici del trionfo? Prima di tutti Rado e il reparto difensivo, che chiudono con un passivo di soli 19 gol (difesa meno battuta del campionato). A seguire Aquilino Bonfanti, capocannoniere (con 13 reti) non solo tra gli etnei ma anche dell'intera Serie B, insieme ai varesotti Braida e Bettega. Punti fermi della difesa sono Buzzacchera e Limena, mentre a centrocampo brilla la stella di Angelo Pereni.

Gli eroi della promozione schierati al "Gino Alfonso Sada" di Monza 



1970/71: FALLIMENTO PREVEDIBILE
Contrariamente alle attese, il ritorno in A ha un sapore amaro. Massimino, infatti, viene lasciato solo: né gli enti pubblici né gli imprenditori locali danno una mano al Cavaliere che deve quindi contare esclusivamente sulle proprie forze per affrontare la massima serie. Anche Marcoccio si è da mesi defilato, dedicandosi alla propria carriera politica che lo vede protagonista nelle vesti di assessore allo Sport. E con Massimino non c'è proprio verso di andare d'accordo. Così, il gruppo promozione, interamente confermato insieme al tecnico Rubino, viene rinforzato con due soli acquisti. Il primo è di spessore anche se un po' avanti con l'età: si tratta dell'elegante mediano Romano Fogli, uno scudetto col Bologna, una Coppa Campioni col Milan e trentadue primavere sulle spalle. Il secondo è un cavallo di ritorno low cost, Pietro Baisi, col quale si prova a puntellare l'attacco. Il giocatore si è ben distinto alle falde dell'Etna nel 1966/67 ma in Serie A non può rappresentare una garanzia, avendoci giocato poco o nulla.

Nelle prime giornate si rivedono i pregi e difetti delle stagioni precedenti: solidità difensiva e sterilità offensiva. Il ruolino di marcia, caratterizzato da tre pareggi a reti bianche e tre sconfitte, non consente a Buzzacchera e compagni di spiccare il volo. Anzi, si finisce subito in zona retrocessione, e il fatto di dover rincorrere in campionato compromette la prima partecipazione alla Coppa Mitropa, dalla quale si viene subito eliminati, agli ottavi di finale, dai bosniaci del Čelik Zenica, che si impongono con un 3-0 davanti ai propri tifosi per poi incappare a Catania in una sconfitta indolore (1-0, firmato Cavazzoni) nel match di ritorno. Alla 7a giornata si rompe l'incantesimo ed arriva finalmente la prima vittoria, conquistata in casa contro la Lazio. Ma è un fuoco di paglia: nei successivi tre incontri, due dei quali giocati in trasferta, la squadra di Rubino non raccoglie alcun punto e sprofonda al penultimo posto. La perdita più grossa, però, si registra la sera dell'11 dicembre 1970. Luciano Limena, non aggregatosi ai compagni in partenza per la gara di Bologna a causa di un infortunio che lo sta tenendo ai box da un mesetto, sbanda con la propria auto sulla litoranea Catania-Aci Castello, schiantandosi contro un masso. Inutile la successiva corsa all'ospedale Garibaldi. La tragedia scuote inevitabilmente il gruppo e priva il calcio nazionale della possibile ascesa di un grande talento che stava già attirando le attenzioni delle “big”.

Eccezion fatta per la scoppola rimediata a “San Siro” contro il Milan di Rivera che buca quattro volte la rete difesa da Rado, le ultime partite del girone d'andata restituiscono un po' di fiducia ad un ambiente depresso: si pareggia in casa contro il Cagliari di Riva (campione d'Italia uscente), si conquista un punto a Verona e si torna alla vittoria dopo due mesi battendo il Torino tra le mura amiche, nonostante le scaramucce nel finale di gara che coinvolgono anche il pubblico e costano un turno di squalifica del campo. La salvezza dista adesso soltanto un punto, ma dai due successivi impegni fuori casa (contro Napoli e Juventus) si esce con le ossa rotte: in particolar modo, i bianconeri rifilano un doloroso 5-0, guidati da uno scatenato Bettega che realizza una tripletta. A mercato chiuso, si prova a rinforzare la prima squadra lanciando la mezzala diciottenne Guido Biondi, fiore all'occhiello della primavera guidata ormai da un paio di stagioni da Todo Calvanese. A lui il compito di sostituire l'epurato Vaiani, messo ai margini dopo forti contrasti col presidente che provocano l'intervento dell'Associazione Italiana Calciatori, fondata tre anni prima da Sergio Campana.

Le due vittorie consecutive contro le dirette concorrenti Varese e Foggia, unite all'equilibrio che regna sovrano nella parte bassa della classifica, mantengono vive le speranze di salvezza del Catania che, a nove giornate dalla fine, si riporta a -1 dalla quart'ultima. Ma la squadra paga i propri limiti tecnici e da qui fino all'ultima giornata (in cui si batte il Napoli in un match ormai irrilevante) non riesce più a centrare i due punti. In questa fase, ad alcuni pareggi prestigiosi (come quello conquistato al “Sant'Elia” di Cagliari, o quello imposto in casa al Milan che rallenta in modo decisivo la corsa scudetto dei rossoneri) si contrappongono passi falsi come quello dell'Olimpico di Roma dove si rimedia la seconda cinquina stagionale contro i giallorossi allenati da Tessari. La matematica retrocessione giunge alla terz'ultima giornata, in occasione della sconfitta casalinga contro il Verona (0-1 propiziato da un autogol di Cherubini). In un campionato caratterizzato da continui cambi di formazione, sono pochi i punti fermi di Rubino: in difesa, Rado, Buzzacchera e Reggiani contribuiscono a contenere un passivo che, senza alcune (sporadiche) batoste, sarebbe stato senz'altro degno della massima serie; a centrocampo gli imprescindibili sono Bernardis e Pereni, mentre Biondi con le sue prestazioni guadagna la convocazione in Under 21; in avanti il tecnico, non avendo alternative, schiera sistematicamente Baisi e Bonfanti, ma i due, allergici alla categoria e mal supportati dal resto della squadra, realizzano in totale la miseria di 8 gol (lo specchio di quello che è, per distacco, il peggior attacco del campionato).

1971/72: RISALITA COMPROMESSA DAI TEPPISTI
Il ritorno in B impone l'avvio di un processo di rinnovamento del progetto tecnico costruito da Marcoccio durante il suo ultimo anno di gestione e portato avanti da Massimino nelle due successive stagioni. Saluta così Egizio Rubino, che viene sostituito dalla vecchia gloria ed ex tecnico della primavera Todo Calvanese, il quale però non possiede il patentino di categoria e non può sedersi in panchina. Per aggirare l'ostacolo la società attribuisce pro forma il ruolo di allenatore a Valsecchi, che torna al Catania dopo una fugace esperienza con la Massiminiana. Quanto al parco giocatori, della vecchia guardia abbandonano soltanto in tre: Maurizio Cavazzoni, che prosegue la carriera in C; Mauro Vaiani, che passa al Prato, dal quale si ottiene il terzino Carlo Guasti; infine, Sergio Reggiani, l'unico a proseguire in massima serie con la Sampdoria, dalla quale arrivano l'esperto ed affidabile difensore Ubaldo Spanio e l'ala Fulvio Francesconi. Quest'ultimo è forse l'acquisto più eclatante, avendo vinto la classifica marcatori di Serie B nel 1966/67. Il resto dell'organico, composto dai protagonisti della promozione di due anni prima e dell'immediata retrocessione, viene confermato in blocco.

L'inizio di stagione è condizionato dall'insofferenza di Calvanese, costretto per regolamento a seguire gli incontri dal sottopassaggio per gli spogliatoi. La situazione non può reggere a lungo e dopo tre partite (un pareggio, una sconfitta ed una vittoria) l'argentino e il Catania si separano. Valsecchi guida la squadra per un'altra giornata, perdendo il derby col Palermo alla “Favorita”, per poi tornare ad affiancare in qualità di allenatore in seconda il tecnico scelto da Massimino per il rilancio. Si tratta di un colpo ad effetto: dopo sei anni torna Carmelo Di Bella, reduce da un avvincente esperienza proprio sulla panchina dei rosanero, coi quali ha ottenuto una promozione in A nel 1968, riassaporando così la massima serie. Il cambio della guida tecnica sortisce gli effetti sperati: si inanellano sette risultati utili consecutivi (fra i quali spiccano due colpi esterni, a Como e Modena), e si entra nella zona promozione, presidiata da Palermo e Lazio. Dal mercato novembrino arriva intanto un rinforzo per il reparto offensivo, l'ala Vito D'Amato, proveniente dal Verona. Un dicembre da dimenticare fa però evaporare qualsiasi velleità: arrivano tre sconfitte consecutive, la prima delle quali nello scontro diretto dell'Olimpico contro la Lazio. La più grave di tutte è però quella rimediata nel match casalingo col Livorno: i labronici passano in vantaggio con un gol irregolare e sugli spalti scoppia il finimondo. Gradoni dati alle fiamme, tribune divelte, sassaiole, scontri con le forze dell'ordine: il pomeriggio di ordinaria follia costa lo 0-2 a tavolino e la squalifica del campo per quattro giornate.

La sanzione rallenta ulteriormente il passo dei rossazzurri che chiudono il girone d'andata a metà classifica, abbastanza distanti dalle posizioni che contano. La squadra di Di Bella però reagisce e dopo il giro di boa trova una nuova serie positiva, rovinata dagli episodi incresciosi che si registrano nuovamente al rientro tra le mura amiche: il 19 marzo un rigore regalato dal fischietto Sgherri al Como, che determina il pareggio dei lariani, provoca una nuova reazione rabbiosa ed un'aggressione al direttore di gara. Il Cibali viene così squalificato per altre cinque giornate. Gli etnei riescono a limitare i danni vincendo quasi tutti gli incontri in campo neutro, ma pagano il continuo girovagare alzando di tanto in tanto bandiera bianca in trasferta. Così, a fine stagione si ottiene un 8° posto che alimenta parecchi rimpianti. Come avviene ormai da quattro anni a questa parte, la difesa si conferma il fiore all'occhiello, grazie anche all'eccellente inserimento di Guasti e (soprattutto) Spanio. Lo stakanovista è Bernardis, unico a scendere in campo in tutti i 38 incontri in programma. Anche l'attacco si riprende dopo la “pausa” presa in serie A: il tridente Francesconi-Baisi-Bonfanti realizza in totale 25 reti.

1972/73: LA DISCONTINUITA' FRENA LA RINCORSA
I deludenti risultati delle ultime due annate hanno fatto salire sul banco degli imputati Angelo Massimino, messo in discussione non solo da tifosi e stampa ma anche dagli stessi azionisti. Il presidente è quindi costretto a programmare il nuovo campionato in un clima di ostilità, che non gli impedisce di consegnare al confermato Di Bella una squadra piena di novità. Abbandonano infatti tantissimi protagonisti dell'ultimo quinquennio e ciò determina, di fatto, la fine di un ciclo. Capitan Buzzacchera si ritira, fermandosi a tre sole lunghezze dal record di presenze fissato da Nicola Fusco. La fascia passa a Romano Fogli, unico ultratrentenne rimasto insieme a Rino Rado. Per coprire le spalle al longevo portiere, arriva dal Rovereto Gigi Muraro, giovane guardiapali destinato a conservare la maglia numero 12 per un intero lustro. Alla società trentina, militante in Serie C, passa in prestito militare Guido Biondi. La difesa si rinnova con gli arrivi dei terzini Pietro Ghedin (dalla Fiorentina) e Giovanni Simonini. Quest'ultimo viene prelevato dal Modena, al quale si cede in contropartita Strucchi. Il reparto arretrato è completato dal rilancio di Montanari. A centrocampo dice addio Pereni (8° più presente di sempre), che passa al Palermo neopromosso in A: in sua vece, Di Bella ripesca Volpato schierandolo sistematicamente nel ruolo di mezzala. E' rivoluzione anche in avanti, dove salutano l'eroe della promozione del 1970 Aquilino Bonfanti, che passa al Catanzaro, e Baisi, tramite il quale si ottiene dal Novara il duttile attaccante Giovanni Picat Re. Manca un vero e proprio numero 9 ed accanto alla prolifica ala Francesconi, oltre allo stesso Picat Re, proveranno ad adattarsi senza grandi successi gli esterni Turchetto (proveniente dal Vicenza), D'Amato ed il giovane Colombo.

In avvio di campionato ai tifosi pare di assistere ad una replica di quanto si verificava spesso durante la gestione Rubino: pochi gol fatti, pochissimi gol subiti. Dopo sette giornate arriva una svolta societaria: il 31 ottobre 1972 gli azionisti, pescando dalla politica locale, eleggono un nuovo presidente, Salvatore Coco, il quale sostituisce Angelo Massimino. Il Cavaliere chiude così, dopo tre anni di alti e bassi, il suo primo ciclo. Il nuovo numero 1 del club viene affiancato dall'amministratore delegato Salvatore Costa. La prima mossa di mercato della rinnovata dirigenza è rappresentata dall'acquisto di Ferdinando Scarpa, centrocampista offensivo proveniente dal Sorrento col quale si spera di ridurre i problemi in fase realizzativa. Ai campani viene ceduto in cambio un altro “senatore” ai margini del progetto, il difensore Cherubini. La squadra di Di Bella è solidissima in casa, un po' meno in trasferta dove comunque riesce spesso ad ottenere preziosi pareggi. L'equilibrio del campionato fa il resto e basta una serie di risultati utili per far chiudere il Catania al 3° posto nel girone d'andata. Il momento positivo è ulteriormente corroborato dal record di Rado: il 7 gennaio 1973, in occasione di Catania-Varese, il portierone raggiunge quota 223 presenze con la maglia del Catania, superando Fusco e diventando così il più presente di sempre (il primato resisterà per un'intera decade).

Nei primi due mesi del nuovo anno si rallenta troppo: cinque pareggi, due sconfitte e nessuna vittoria. La zona promozione inevitabilmente si allontana, ma non tutto è perduto. Dalla 24a giornata in avanti, Fogli e compagni alimentano la rimonta in classifica con un filotto positivo caratterizzato da sei vittorie in undici partite (due delle quali fuori casa) e da un unico passo falso (la sconfitta di Monza). Alla vigilia della sfida esterna con l'Arezzo, a quattro turni dalla conclusione, gli etnei si trovano a due punti di distacco dal 3° posto, presidiato dal Cesena. Al “Comunale” un gol del giovane Ciccio Graziani spegne però le speranze dei sostenitori rossazzurri. Perso di vista l'obiettivo, la truppa sbanda e chiude la stagione con due sconfitte ed un pareggio, scivolando al 5° posto finale. Ancora una volta si distingue il reparto difensivo, che chiude col minor numero di reti subite dell'intera Serie B. In mediana, per il secondo anno di seguito, fa bottino pieno l'onnipresente Bernardis. Nell'abulico attacco si distingue il solo Francesconi, che come nel campionato precedente raggiunge quota 10 reti.

1973/74: LA POLITICA TORNA SUI PROPRI PASSI, MA E' TROPPO TARDI
Le esigenze di cassa inducono il nuovo corso a varare la linea verde: tutti i nuovi acquisti per la nuova stagione non superano i 25 anni. Due colonne della vecchia guardia (Rado e Montanari) e la punta di diamante dell'organico (Francesconi) si trasferiscono in blocco alla Reggiana, dalla quale arrivano in cambio il libero Roberto Benincasa e l'ala destra Giampietro Spagnolo. Tra i pali si riparte da Zelico Petrovic, ex secondo portiere del Novara. La difesa, riconfermata in blocco, viene puntellata con Antonio Ceccarini, terzino proveniente dall'Acireale. Dai granata, che militano in Serie C, si preleva anche la mezzala Antonino Fatta. Le partenze di Bernardis (che ottiene una meritata “promozione” in massima serie, trasferendosi al Vicenza) e Volpato (che scende invece in C, con l'Alessandria) creano un vuoto a centrocampo, in parte colmato dal ritorno dal prestito militare di Guido Biondi, che affianca il vecio Fogli. Nello stesso reparto muove i primi passi in maglia rossazzurra Nino Cantone, altro prodotto del settore giovanile, reduce da un'esperienza in prestito al Paternò. In avanti Scarpa, passato al Cesena in Serie A, viene rimpiazzato dall'esterno Adelchi Malaman, proveniente dalla Juve Stabia. Per rinforzare l'attacco arriva in prestito dalla Fiorentina l'acerbo Claudio Piccinetti.

La presenza di troppi giovani o elementi provenienti dalla Serie C fa emergere la perdita di competitività della rosa e induce Di Bella a dimettersi ancor prima che la squadra vada in ritiro. Nell'attesa che la società trovi un degno sostituto, a “tappare il buco” ci pensa per l'ennesima volta il buon Valsecchi. Alla vigilia dell'inizio del campionato, la panchina viene affidata al cinquantasettenne Guido Mazzetti, che allena da diciassette stagioni ed ha ottenuto i maggiori successi a Livorno e (soprattutto) Perugia, la sua città adottiva. Le prime giornate mettono in mostra la vena realizzativa di Spagnolo e con sei risultati utili di fila si vola al terzo posto. Ma la gioia non dura a lunga e ben presto si comincia a rallentare, soprattutto in trasferta. Per buona parte della prima metà di stagione, tuttavia, si rimane vicini alla zona promozione, salvo perderla di vista poco prima del giro di boa, in cui il Catania sprofonda a metà classifica. L'avvio del girone di ritorno è da incubo: la squadra non riesce a trovare la via del gol e perde in casa due volte di seguito. Nella seconda circostanza (il match col Bari del 24 febbraio), poco più di due anni dopo i “fattacci” di Catania-Livorno, i sostenitori perdono nuovamente la testa dando fuoco alle tribune dopo il rigore assegnato ai pugliesi dal direttore di gara. Per fortuna, si evita la squalifica del campo, mentre la conseguenza tecnica dell'involuzione del gruppo è l'esonero di Mazzetti, che peraltro nella stessa gara aveva provocato le pubbliche rimostranze di capitan Fogli sostituendolo nel primo tempo. Al suo posto viene promosso nuovamente Valsecchi, che era rimasto in qualità di allenatore in seconda. All'ex “scudiero” di Carmelo di Bella viene affiancato Italo Galbiati, ai primi passi da consulente tecnico in una carriera che lo vedrà poi brillare quale fido assistente di Fabio Capello. Il duo non cava un ragno dal buco: in cinque partite si conquistano solo due punti, e l'astinenza dal gol si prolunga fino a toccare i due mesi e sfiorare i 1000 minuti.

Si sprofonda in zona retrocessione e per salvare la baracca si cambia nuovamente guida tecnica: ci si affida al totem Memo Prenna, che fin qui ha guidato solo squadre minori dell'isola come Leonzio e Massiminiana. Accanto a lui ecco un'altra vecchia conoscenza, Giovanni Prevosti, icona del Catania anni '40. La partita d'esordio del nuovo allenatore compromette ogni proposito di rimonta salvezza. E' il 7 aprile 1974 e si ospita al Cibali il Novara, che già nel primo tempo approfitta dell'espulsione di Spanio per portarsi sullo 0-2. Nella ripresa un rigore ineccepibile negato dal sig. Prati di Parma scatena un nuovo putiferio: sassaiola, invasione di campo, tentativi di aggressione alla giacchetta nera. La partita viene sospesa e il giudice sportivo conferma a tavolino il risultato maturato sul terreno di gioco, aggiungendo tre giornate di squalifica dell'impianto di gioco. Tutto sembra perduto ma con un mossa a sorpresa Marcoccio, nel frattempo divenuto sindaco, esercita la propria influenza sulle decisioni societarie richiamando Angelo Massimino, l'unico che può affrontare le difficoltà economiche del club. Il Cavaliere torna all'interno della dirigenza e cerca di spronare la squadra stanziando un premio salvezza. I ragazzi di Prenna sono però ormai allo sbando e giocare sempre lontano dalle mura amiche di certo non aiuta. Così arriva una sola vittoria nelle ultime nove giornate e si perde il contatto col treno della permanenza. La retrocessione matematica arriva sul campo di Taranto alla terz'ultima giornata: dopo 25 anni di ribalta nazionale, il Catania ripiomba in una lega interregionale, la Serie C. Tra i pochi a salvarsi in un'annata disgraziata troviamo il bomber Spagnolo, il promettente Petrovic, il grintoso Ceccarini e il talentuoso Biondi (alla prima stagione da titolare).

Un epilogo di carriera amaro per Fogli, qui intervistato dopo Catania-Ascoli del 28 aprile 1974 ed affiancato da Massimino, appena rientrato in società 



1974/75: GOMITO A GOMITO COI GALLETTI, FINO ALLA FINE
L'unico effetto positivo della retrocessione in Serie C è la fine degli equivoci societari. I politici si defilano e Massimino riprende lo “scettro” di presidente. L'uomo solo al comando affida i propositi di una pronta risalita in Serie B a Gennaro Rambone, vulcanico tecnico napoletano specializzato nei campi di provincia del meridione. Il salto all'indietro impone l'acquisto di giocatori di categoria, che vengono affiancati ai pochi riconfermati. Petrovic, Simonini e un Benincasa in rampa di lancio sono gli unici reduci di un reparto arretrato rinforzato dal centrale ex Crotone Guido Battilani, che prende il posto di Spanio (passato al Taranto), e dal terzino Valeriano Prestanti, preso in comproprietà dalla Fiorentina, alla quale torna Ghedin (da lì a breve girato alla Lazio di Maestrelli, campione d'Italia in carica). Ceccarini rimane in B accasandosi all'Avellino: gli irpini in cambio girano il rude terzino Stefano Codraro ed il libero Piero Fraccapani. Un altro difensore, Guasti, viene ceduto al Chieti, dal quale proviene il più grande colpo di mercato: Claudio Ciceri, di professione centravanti, capocannoniere uscente del girone C della terza serie. L'attaccante colma la principale lacuna delle ultime due stagioni e può contare sul sostegno dei laterali offensivi Spagnolo e Malaman. Il poco rimpianto Picat Re fa invece le valigie, direzione Messina. Il settore nevralgico del campo, orfano di Fogli che appende gli scarpini al chiodo, riparte da Fatta e da due nuovi acquisti: il mediano Corrado Poletto, che arriva dallo Spezia, ed il centrocampista Piero Giagnoni, prelevato dal Lecce. Dopo sette anni di onorato servizio nelle vesti di comprimario, interrotti soltanto dal prestito alla Massese nel 1970/71, saluta definitivamente il centrocampista Giovanni Gavazzi, che chiude la carriera al Carpi.

Neanche il tempo di fare sul serio e Rambone, infastidito dai contrasti tra i giocatori ed il presidente per la questione dei reingaggi, presenta le dimissioni dopo due partite di Coppa Italia di Serie C. A riportare l'ordine ci pensa Egizio Rubino, che torna alle pendici dell'Etna dopo il triennio 1968-1971. L'artefice dell'ultima promozione in Serie A dei rossazzurri è reduce da tre annate consecutive in cadetteria, durante le quali ha allenato Reggina, Perugia e Brindisi. Come un anno prima Spagnolo è protagonista di un avvio da urlo: l'attaccante, rinvigorito dalla presenza di Ciceri (con cui si intende a meraviglia), sembra quasi voler instaurare col compagno una salutare sfida a chi segna più gol. Il rendimento continuo e convincente consente al Catania di conquistare il 1° posto (in solitaria) già alla 5a giornata, nella quale gli etnei davanti ai propri tifosi sconfiggono, con una doppietta di Malaman, il Messina di Franco Scoglio in quello che si configura come uno scontro al vertice. Il proseguo della stagione fa però emergere come unico vero rivale della squadra di Rubino il Bari di Pirazzini. Il regolamento non fa sconti e attribuisce il privilegio della promozione soltanto alla prima classificata. Assume in tal senso grossa importanza il confronto coi galletti in programma alla 10a giornata allo stadio “della Vittoria”, gremito da 40.000 spettatori. Con lo 0-0 gli ospiti mantengono l'imbattibilità ed il primato in classifica.

Dopo aver chiuso in scioltezza il girone d'andata, Ciceri e compagni incappano in una fase negativa. Nelle prime nove giornate della seconda metà del campionato raccolgono infatti una sola vittoria, sette pareggi e la prima sconfitta stagionale, rimediata a Messina. Risultati, questi, che riaprono i giochi consentendo al Bari di appaiare il Catania in vetta. Si arriva così allo scontro diretto del 13 aprile, in cui le due contendenti replicano il punteggio della gara d'andata. Mancano nove turni alla conclusione e ogni passo falso da qui in avanti potrebbe risultare decisivo. Dopo aver strapazzato il Cynthia Genzano in casa con un sontuoso 5-1, i rossazzurri riescono ad allungare sui rivali alla 32a giornata, quando battono il Matera a domicilio e approfittano del pari dei biancorossi sul campo del Benevento. Tuttavia, in virtù degli incidenti verificatisi durante l'incontro tra campani e pugliesi, il giudice sportivo assegna temporaneamente la vittoria a tavolino ad entrambe le squadre, mettendo in discussione il +1 della capolista. Nella stessa settimana la squadra dell'Elefante chiude il proprio onorevole cammino in Coppa Italia di Serie C, con la sconfitta rimediata ai calci di rigore contro il Sorrento nel ritorno dei quarti di finale. Quasi un mese dopo i fatti di Benevento arriva la pronuncia definitiva della C.A.F., che ordina la ripetizione del match: una decisione contraddittoria che rischia di falsare il campionato. Per fortuna, il giorno dopo la diffusione della notizia, il Bari cade sul campo del Marsala mentre il Catania stende l'Acireale con sei reti. Gli etnei, in attesa del contestato recupero, distanziano così di tre lunghezze la seconda classificata, ma rischiano di dilapidare il tesoretto sette giorni più tardi, sul campo della Reggina: gli amaranto si portano sul 2-0 nel primo tempo, ma la squadra di Rubino oltre al talento possiede anche il cuore e con una splendida rimonta, conclusa all'80° con il gol del 2-3 firmato di testa dal difensore Prestanti, conserva il vantaggio acquisito. Nella gara di recupero, disputata alla vigilia delle ultime due giornate, il Bari batte la formazione giallorossa e si riporta a -1. Il calendario adesso prevede l'ultima partita interna, contro la Casertana, e la trasferta sul campo della Turris. Il primo round è archiviato grazie ad un gol di Spagnolo, ma il cappottone rifilato in contemporanea dai rivali al Cynthia Genzano rimanda tutto agli ultimi 90'.

Il 22 giugno 1975, per ovviare alla scarsa capienza dello Stadio “Liguori” di Torre del Greco ed evitare un'improduttiva invasione di sostenitori etnei, viene organizzata al Cibali un'amichevole tra ex giocatori del Catania e personaggi noti fra i quali spicca Pier Paolo Pasolini. La sfida coi torresi si rivela più ardua del previsto: i padroni di casa, già salvi, lottano con il coltello tra i denti e per un'ora abbondante difendono lo 0-0, mentre il Bari, in vantaggio sulla Salernitana, coltiva speranze di spareggio. Una svolta sembra arrivare al 70° quando Ciceri porta in vantaggio i suoi, ma il gol viene annullato scatenando la reazione rabbiosa dei tifosi rossazzurri presenti in massa sugli spalti. Grazie al cielo, tre minuti dopo e prima che un'invasione di campo possa compromettere l'esito della stagione, Ciceri segna ancora e il sig. Mascia da Milano stavolta non ha nulla da ridire. Lo 0-1 sblocca psicologicamente i ragazzi di Rubino che nel giro di dieci minuti trovano nuovamente la via del gol con Fatta e Malaman: il punto di vantaggio è stato difeso e dopo un solo anno di purgatorio si ritorna in B. Oltre al trainer, meritano ringraziamenti: Petrovic, Battilani, Prestanti e Benincasa, che guidano la seconda miglior difesa del torneo; Poletto e Giagnoni, anime di un centrocampo che deve spesso fare a meno del faro Biondi; la coppia Ciceri-Spagnolo, che realizza 38 gol e rimarrà nella storia come il tandem etneo più prolifico di sempre, senza dimenticare il contributo apportato in termini di reti (8) anche da Malaman.