"Mal di Catania"

  Foto: CalcioCatania.com

In vista dell'avvento di Tacopina, una riflessione sull'insana passione che travolge i suoi servitori.

Il Catania è una realtà che suscita sentimenti forti e radicali, lo sa bene chiunque l'ha vissuto in questi sette decenni della sua storia: proprietari, dirigenti, giocatori e naturalmente i tifosi che visceralmente amano i sacri colori cittadini, spesso in simbiosi con la fede Agatina, entrambi elementi fortemente identitari.

Per questione anagrafiche la mia analisi non può che partire dal “Cavaliere” Angelo Massimino, che sull’altare della propria passione ha profuso e investito ingenti risorse (anche della propria sfera emotiva) nella sua doppia esperienza RossAzzurra, donando perfino la sua stessa esistenza alla squadra che rappresenta l’anima della catanesità, con le sue luci e le sue ombre. Tra alti e bassi, è stato un Presidente a più riprese amato ed odiato, in un rapporto estremamente conflittuale che rimbalzava da un estremo all’altro, dalla polvere alla gloria degli altari. La sua prematura scomparsa lo ha definitivamente consacrato come il “Presidentissimo”, consegnato alla storia anche attraverso l'intitolazione dello stadio cittadino.

Il 25 Maggio 2000 la vedova Massimino, a sua volta divenuta presidente dell’amato Catania del marito, cede la squadra a Luciano Gaucci, già proprietario del Perugia (che all'epoca militava in serie A), il quale aveva la non troppo velata intenzione - suffragata dalle operazioni di mercato - di farne una squadra satellite, cedendo la presidenza al figlio Riccardo. Da lì a breve “Riccardino” venne travolto dalla passione e da quel "Mal di Catania" che ancora oggi non lo abbandona, tant'è che non ha mai nascosto la volontà di ritornare in futuro in sella all'Elefante. La sua presidenza resta caratterizzata da due episodi che sono entrambi scolpiti nella memoria: la riconquista della Serie B nell’incandescente partita di ritorno dello spareggio playoff del 9 Giugno 2002 allo “Iacovone” di Taranto, con il duo in panchina Graziani-Pellegrino (prima esperienza in panchina come secondo di quest'ultimo); il “caso Martinelli” dell'anno seguente, che dopo una lunga battaglia contro il potere calcistico, grazie ad una sentenza del Tar, vide sovvertire la controversia con "il palazzo", tramite l’allargamento della serie B a 24 squadre ed il mantenimento della categoria. Il 26 Maggio 2004, infine, il Catania passa di proprietà ed inizia l’era Pulvirenti.

Antonino Pulvirenti, imprenditore di Belpasso, incarna completamente l’animo della città con le sue luci ed ombre. Per guidare il Catania Pulvirenti darà vita ad un sodalizio con Pietro Lo Monaco (iniziato con un breve "apprendistato" con l’Acireale Calcio) e da lì inizierà un viscerale rapporto tra i due, che spesso si scambieranno agli occhi dei tifosi i ruoli di "sceriffo buono" e "sceriffo cattivo". Inizierà così una cavalcata caratterizzata da lungimiranti idee, in particolare quella di dotarsi di un centro sportivo con una doppia prospettiva: patrimonializzare fortemente il Calcio Catania, legandolo ad un bene immobile (per metterlo ai ripari dai rischi di fallimento), e creare una cantera RossAzzurra, che però avrà risultati piuttosto modesti perché non si è investito nel management formativo professionale che la struttura richiedeva, così come nello scouting nelle piccole società del circondario e negli allenatori professionisti. Come tutti i rapporti viscerali, purtroppo il legame fiduciario tra i due "alter ego" si ruppe, mettendo in moto una sequela di eventi che hanno portato il Calcio Catania a un passo dal fallimento sportivo ed economico, nonostante il post Lo Monaco aveva visto in prima battuta il record di punti in serie A e la qualificazione sfiorata alle competizioni europee. Pulvirenti dopo una sola stagione ruppe - anche bruscamente - i rapporti con l’amministratore delegato Gasparin, che aveva avuto il merito di non stravolgere il precedente assetto di squadra ed aveva dato una boccata d’ossigeno alle pubbliche relazioni, quelle interne alla federazione ed anche e soprattutto quelle coi tifosi, mediante una serie d’iniziative atte ad avvicinarli alla squadra. Pulvirenti decide che è giunto il momento di fare il salto di qualità ed affida le chiavi del Catania al manager dal nome roboante, Pablo Cosentino. Scelta che si rileverà l’inizio della fine del suo Catania: due retrocessioni di fila e l’infamia di avere provato a condizionare dei risultati (a prescindere dal fatto che sia poi risultato vittima di un tentativo di truffa). Inizia così una traversata del deserto per la riconquista di categorie più consone all’attuale consistenza strutturale del Calcio Catania, che non vedrà mai il raggiungimento della meta. Pulvirenti riproverà anche a ricucire il rapporto con quell’uomo che era stato l’artefice del suo primo Catania, purtroppo nulla sarà come prima, anzi sembra quasi che la seconda esperienza di Pietro Lo Monaco, per lunghi tratti, si sia caratterizzata più per il regolamento dei conti personali (morali) lasciati aperti dopo il primo litigio, mettendo in atto tutta una serie di operazioni che porteranno il Catania ad un passo dalla sua scomparsa. Menzione particolare in questa fase la meritano i magistrati del Tribunale Civile di Catania che si adoperano in maniera attiva per dare al moribondo Elefante la speranza di restare in vita: alle ore 12.00 del 23 Luglio 2020, all'esito della procedura competitiva, il Calcio Catania viene aggiudicato a una neo costituita società, la S.I.G.I. (Sport Investiment Group Italia).

Maurizio Pellegrino e Fabio Pagliara, in maniera lungimirante, decidono di salvare il Catania e si occupano di catalizzare l'interesse di un gruppo di imprenditori per tentare di tenere in vita la creatura di Massimino, quel famoso Catania 1946 matricola 11700 per cui il presidentissimo ha letteralmente speso la propria vita. L’utopistico progetto mira a creare una sorta di azionariato diffuso, che escluda che una persona sola abbia la possibilità di stabilire il destino della società. Curiosamente e per certi versi in modo beffardo, nei mesi successivi l'evoluzione della S.I.G.I. prenderà ben altra direzione: il Covid e anche una vicenda giudiziaria (assolutamente estranea a cose inerenti la squadra di calcio) attribuiranno gioco forza un ruolo principale a Gaetano Nicolosi, che ne diventerà il punto di riferimento sia economico che decisionale, pagandone spesso lo scotto al cospetto di una realtà calcistica e di una relazione con i tifosi a cui naturalmente non era preparato. Altre figure principali che emergono in questi mesi d’interregno sono l’avvocato Ferraù (presidente S.I.G.I.) e l’avvocato Augello: il primo per un mirabile lavoro di tessitura in vari ambiti, sia legali (Tribunale Catania) che di risoluzione di dinamiche all’interno dell'eterogenea compagine della S.I.G.I., riuscendo progressivamente a diventarne sempre più anima; il secondo per un incredibile lavoro di riduzione del debito e messa in sicurezza di tutto lo strascico di decreti ingiuntivi, eredità della gestione precedente.

Il titolo dell’articolo parla di “mal di Catania”, il Calcio Catania è uno stato dell’anima che visceralmente e spesso in maniera silente ammalia e rende suoi abili strumenti tutti coloro che si avvicinano alla sua corte (proprietari, dirigenti, calciatori e tifosi). La storia ci consegna in maniera evidente questo dato: moltissimi attori ne sono rimasti stregati, basta vedere i tantissimi giocatori che ne hanno eletto sede stabile della propria vita o i tanti personaggi che si sono spesi e donati per il club. Il Catania Calcio si accinge a passare di mano: mister Joe Tacopina, l’italoamericano con un passato di realtà calcistiche (Roma, Bologna e Venezia) comprate, risanate e riportate nelle rispettive posizioni d’importanza nel calcio che conta, si accinge a diventarne il proprietario (coalizzando investitori e fondi stranieri), naturalmente anche e soprattutto grazie al centro sportivo “Torre del Grifo”, vera ciliegina sulla torta, che permette di potere avere prospettive di un ritorno economico che giustifichi l’esborso importante per una realtà calcistica. Una realtà nella quale è regola non scritta il fallimento societario per resettare i debiti senza colpo ferire, ma non a Catania, non con il Catania del presidentissimo, NON con la matricola 11700, ed ecco che Tacopina (come egli stesso più volte ha raccontato) rimane colpito dai tifosi RossAzzurri - che nell’epica sconfitta di Roma per 7-0 continuavano imperterriti a sostenere la propria squadra dal gremitissimo settore ospiti dell’Olimpico - e cambia il suo modus operandi. Io mi auguro ed auguro a lui che si ammali di “Mal di Catania”, non voglio rovinargli la sorpresa ma la ragione la scoprirà nel tempo che lui impiegherà a Catania e per il Catania.

Good Job Mister Joe and good luck.