Un ex in panchina: Sottil, l’ultimo di una lunga serie

Andrea Sottil in azione durante la stagione 2007/08

Andrea Sottil in azione durante la stagione 2007/08  Foto: CalcioCatania.com

Tanti gli ex calciatori etnei tornati a Catania nelle vesti di tecnici. Pochissimi, però, hanno avuto successo…

L’annuncio arrivato nella giornata di ieri ha posto fine ai rumors che si rincorrevano già dalla settimana successiva all’indigesta semifinale dei playoff contro il Siena. Salutato Lucarelli, Andrea Sottil ha vinto il ballottaggio con Massimo Drago ed allenerà i rossazzurri nella stagione 2018/19. Il piemontese, convinto fautore del 4-2-3-1, è l’82° tecnico della prima squadra etnea dal 1946 ad oggi e si è già ritagliato un posto in una speciale categoria di allenatori del club dell’Elefante: quella composta da coloro i quali hanno indossato la maglia rossazzurra durante la loro carriera da calciatori, per poi tornare alle falde dell’Etna nelle vesti di tecnici.

Da Nicolosi…a Sottil
In principio fu “Cocò”. Nicolò Nicolosi, bomber d’eccezione del Catania pre-guerra, tornò a giocare nel club etneo nel 1947, all’età di 35 anni, per chiudere la carriera nella città alla quale era rimasto legato. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nel 1949, l’attaccante di Lercara Friddi si dedicò alla propria “seconda vita” da allenatore e nel 1956/57 fu chiamato dal neo-tecnico rossazzurro Gipo Poggi, che lo designò quale suo secondo. Nella stagione successiva, dopo l’esonero di Poggi e la breve e negativa esperienza di Carapellese nel ruolo di giocatore-allenatore, fu proprio Nicolosi a prendere il timone, sebbene per un solo turno: Cocò guidò i suoi nella sfida col Marzotto, per poi lasciare posto al nuovo allenatore designato dalla società, Francesco Capocasale. Nicolosi aveva già guidato la squadra, ma in qualità di giocatore-allenatore (una categoria che merita un approfondimento a parte, che trovate nel proseguo dell’articolo, ndr), dieci anni prima.

Il secondo figliol prodigo risponde al nome di Salvador Calvanese. L’oriundo argentino, protagonista del “Clamoroso al Cibali” (Catania-Inter 2-0 del 4 giugno 1961), a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 guidò con profitto la primavera etnea, lanciando tra gli altri un talento del calibro di Guido Biondi. Il presidente Massimino decise di promuoverlo alla guida della prima squadra nella stagione 1971/72, quella immediatamente successiva alla retrocessione dalla A alla B. “Todo”, però, non possedeva il patentino di categoria e non poteva sedersi in panchina, cosicché per una questione di forma venne ingaggiato Valsecchi, già secondo di Carmelo di Bella negli anni d’oro della Serie A. Calvanese, dopo sole tre giornate, non resse la situazione e rinunciò all’incarico.

Due anni dopo il Catania si trovava ancora in Serie B: dopo aver navigato a metà classifica con Mazzetti nella prima metà di stagione, la compagine rossazzurra sprofondò in zona retrocessione a seguito dell’avvicendamento tra “Sor Guido” e Valsecchi. Così, a undici giornate dalla fine, accorse al capezzale Memo Prenna, primatista di reti nel Catania di Di Bella e Marcoccio e allenatore di squadre minori dell’isola (Leonzio, Massiminiana) da pochi anni. Né il carismatico romano, né Angelo Massimino (tornato alla guida della società un anno e mezzo dopo aver passato la mano) riuscirono ad evitare un destino già segnato, che fece precipitare gli etnei in terza serie dopo 25 anni trascorsi tra A e B.

Facciamo ora un salto ai primi anni ’80. Riconquistata a inizio decennio la cadetteria dopo anni di peripezie sportive, Massimino si affidò a un fedelissimo: Guido Mazzetti. Il trainer perugino, però, nel 1981 divenne “fuori quota” per regole federali, che imponevano un limite massimo di età per ricoprire il ruolo di allenatore. La società aggirò l’ostacolo investendo pro-forma un’altra grande icona del Catania degli anni ’60, Giorgio Michelotti. L’ex terzino, come Calvanese dieci anni prima, durò solo poche giornate, facendo poi un passo indietro a beneficio di Salvo Bianchetti.

Passando agli anni ’90, troviamo due ex in panchina nell’anno di grazia 1994, nei primi mesi del quale il Catania disputava il torneo di Eccellenza, guidato da Franco Indelicato. Mentre Sparti e compagni lottavano con squadre del calibro del Viagrande e del Gravina, il presidente Massimino conduceva una battaglia diplomatica, chiedendo alla Federazione di restituire alla squadra quella C1 che le era stata ingiustamente sottratta. Nell’ottica di un auspicato ripescaggio, il Cavaliere anticipò la programmazione della stagione successiva e nella parte finale del campionato, dopo aver dato il benservito all’ex tecnico delle giovanili, consegnò la panchina a Lorenzo Barlassina, colonna portante del Catania di fine anni ’70 ed inizio anni ’80. Nell’estate successiva, tuttavia, la F.I.G.C. si limitò a “concedere” al club nato nel 1946 soltanto l’inserimento nel Campionato Nazionale Dilettanti. Barlassina fece quindi un passo indietro ed al suo posto venne chiamato un ex compagno di squadra, Pier Giuseppe Mosti. Il terzino sinistro degli spareggi dell’Olimpico del 1983 durò solo undici giornate, durante le quali non seppe trovare la continuità di risultati necessaria per attestarsi al vertice della classifica. Inevitabile l’esonero, seguito dall’approdo di Angelo Busetta.

Dopo le esperienze sporadiche e deludenti dei decenni precedenti, nel nuovo millennio arriva finalmente il momento in cui un ex giocatore etneo raccoglie una gioia dalla panchina del Cibali. E che gioia! Stagione 2001/02, la seconda della gestione Gaucci. Dopo un’estenuante lotta nelle parti alte della classifica, durata tutto il campionato con alla guida Ammazzalorso prima e Vierchowod poi, a due giornate dalla fine il Catania perse di vista il 2° posto e in vista degli ormai sicuri playoff la dirigenza decise di dare una scossa, affidando Baronchelli e compagni ad un tandem composto da Ciccio Graziani e Maurizio Pellegrino. Quest’ultimo era stato tra i protagonisti della riconquista del professionismo nel C.N.D. 1994/95. La coppia riuscì a portare a compimento la missione assegnatagli, liberandosi degli ostacoli Pescara e Taranto e riportando dopo 15 anni la B sotto l’Etna. Pellegrino e Graziani, inizialmente messi da parte a favore di Osvaldo Jaconi nella programmazione della nuova stagione, vennero “richiamati alle armi” in fretta e furia alla vigilia dell’inizio del campionato, a seguito delle dimissioni del tecnico di Mandello del Lario. I risultati deficitari dei primi due mesi, che inchiodarono il Catania alla lotta per non retrocedere, indussero Riccardo Gaucci a sollevare dall’incarico Pellegrino e chiamare alla propria corte nientepopodimeno che Sir John Benjamin Toshack.
La storia tra l’aretuseo ed il club rossazzurro, però, non sarebbe finita lì. Nel 2013, infatti, l’ex centrocampista fu chiamato a Torre del Grifo per ricoprire l’incarico di coordinatore dei tecnici giovanile. Nel corso dell’ultima annata in Serie A, dopo la sconfitta casalinga col Torino che ridusse quasi del tutto le speranze di salvezza, la società guidata da Pulvirenti esonerò Maran e promosse Pellegrino in prima squadra. Il positivo finale di stagione (durante il quale si sfiorò l’aggancio al quartultimo posto) indusse il neo ad Cosentino a puntare sull’aretuseo per l’obiettivo dell’immediato ritorno in A. I risultati negativi delle prime tre giornate (condite da un siparietto poco edificante con Leto a Perugia) spinsero i vertici di via Magenta a restituire Pellegrino al settore giovanile ed ingaggiare l’esperto Sannino. Tuttavia, il rapporto col tecnico di Ottaviano si incrinò ben presto, sfociando nelle improvvise dimissioni dell’ex Watford a ridosso delle ultime tre partite prima della sosta invernale. Così, “l’aziendalista” Pellegrino venne nuovamente richiamato: dopo un pareggio e due sconfitte, la società si affidò a Dario Marcolin.

La carrellata di ex rossazzurri poi tornati in qualità di allenatori si chiude con l’unico che è riuscito davvero a farsi amare in questa nuova veste. Si tratta di Pasquale Marino, regista della formazione guidata da Busetta che trionfò nel C.N.D. 1994/95. Messosi in mostra nei primi anni 2000 col gioco spumeggiante sciorinato dalle sue squadre (Paternò e Foggia in particolare), venne chiamato a Catania dalla coppia Pulvirenti-Lo Monaco nel secondo anno della loro gestione, il primo in cui si puntò convintamente alla promozione in Serie A. Il marsalese forgiò il 4-3-3, marchio di fabbrica destinato a sopravvivere anche con l’alternanza dei suoi successori. L’obiettivo massima serie fu raggiunto al termine di un campionato esaltante ma al tempo stesso logorante, in virtù della spietata concorrenza di Atalanta e – nelle ultime giornate – Torino. Nell’annata successiva, la prima in A dopo 22 anni, Marino visse una stagione dai due volti: la sua squadra fu la rivelazione della prima metà del campionato, attestandosi addirittura in zona Champions; dopo i fatti del 2 febbraio e la lunga squalifica del campo, Baiocco e compagni crollarono rischiando la retrocessione. Il tecnico dopo l’1-4 con la Reggina sul neutro di Rimini rassegnò le dimissioni, respinte dalla società. Una mossa ripagata dalla soffertissima salvezza, raggiunta in modo esaltante nello “spareggio” dell’ultima giornata contro il Chievo, sul neutro di Bologna. Dopo aver collezionato esperienze con altre squadre del massimo campionato, con fortune alterne, Marino si avvicinò nuovamente alla panchina del Catania in due circostanze: la prima nel giugno del 2012, quando a seguito dell’avvicendamento dirigenziale tra Lo Monaco e Gasparin, quest’ultimo gli preferì Maran quale successore di Montella; la seconda nel 2015, quando la coppia Pulvirenti-Cosentino puntò su di lui per riscattarsi dopo un primo campionato cadetto da incubo. Tutto era pronto per il suo ritorno (con tanto di lettera d’addio ai tifosi del Vicenza, conclusa con l’inequivocabile “Adesso torno a casa”), ma lo scoppio dello scandalo dei Treni del gol mandò tutto all’aria, facendo sprofondare gli etnei in terza serie.

Pasquale Marino, da capitano a guida tecnica  



Terza serie in cui il Catania è ancora confinato. Il primo, vero, tentativo di risalita ha avuto luogo durante la scorsa stagione. I ragazzi di Lucarelli hanno cozzato in campionato contro un avversario più costante (il Lecce) ed ai playoff contro i legni colpiti da Lodi (ai supplementari) e Mazzarani (ai rigori) nella semifinale col Siena. La squadra dell’Elefante ripartirà da Andrea Sottil, trainer esperto in promozioni, che conosce bene la C e che, nella parte finale della propria carriera da calciatore (vissuta prevalentemente in Serie A), ha vestito la maglia rossazzurra tra il 2005 ed il 2008, contribuendo da protagonista alla promozione in Serie A ed alla successiva salvezza.

Di Bella, il fiore all’occhiello dei reduci del Catania pre-guerra
Nei primi quindici anni della propria storia, a più riprese il Catania affidò la propria panchina a tecnici che, da giocatori, avevano militato nella squadra rossazzurra, nella società esistita tra il 1929 ed il 1943. Il primo allenatore del Catania ’46 fu Lorenzo Bergia, bomber dei primi anni ’30. Allo stesso periodo risale l’esperienza da calciatore etneo di Giovanni Degni, il quale aveva cominciato ad allenare proprio a Catania nella parte finale dello stesso decennio, conquistando peraltro una promozione in B nel 1939, e tornò sulla stessa panchina all’inizio della stagione 1948/49. Un andamento incostante gli costò il posto dopo sole otto giornate e la B venne conquistata dall’ungherese József Bánás, anche in virtù della battaglia giudiziaria promossa al termine del campionato contro l’Avellino.

Durante il secondo anno in cadetteria della storia etnea la squadra diretta da un altro magiaro, Lajos Politzer, arrancava nella parte medio-bassa della classifica. In virtù di ciò, alla 15a giornata il presidente Lorenzo Fazio gli affiancò nelle vesti di direttore tecnico Nereo Marini, ex terzino sinistro che aveva chiuso la carriera a Catania nel 1942/43. Con un buon finale di stagione, la coppia fece risalire i propri ragazzi fino al 6° posto. Tuttavia, a seguito della svolta societaria che vide il romano Michisanti issarsi al vertice della società, in panchina venne riconfermato il solo Marini, che guidò Bearzot e compagni nel girone d’andata del 1951/52. Il veronese, dopo un buon avvio che permise agli etnei di competere nella parte alta della graduatoria, pagò con l’esonero una serie negativa in cui i suoi incapparono a gennaio. Venne rimpiazzato dal suo secondo Rodolfo Brondi, fratello del mediano titolare Dandolo e con un’esperienza da giocatore nel Catania che conquistò la B nel 1939. Col livornese alla guida la squadra sfiorò l’aggancio alla zona promozione. Una volta divenuto irraggiungibile il sogno del primo salto in massima serie, Michisanti anticipò le mosse future, esonerando Brondi ed ingaggiando Fioravante Baldi, il tecnico designato per la stagione successiva.

Nel 1955, al termine di una più che soddisfacente prima esperienza in Serie A, il Catania ripiombò bruscamente in cadetteria a causa del noto “caso Scaramella”. L’allenatore del brillante biennio precedente, Piero Andreoli, decise di restare per provare a riconquistare sul campo il massimo campionato. Per più di metà stagione i suoi ragazzi coltivarono l’impresa, alla quale abdicarono soltanto alla 27a giornata, dopo la sconfitta col Marzotto a Valdagno. A quel punto Andreoli e si dimise e fu il suo vice Enzo Bellini, che da calciatore aveva giocato a Catania negli ultimi anni ’30, a traghettare il gruppo negli ultimi turni.

Così come nella rassegna di ex giocatori del Catania ’46 poi divenuti allenatori soltanto uno (Pasquale Marino) ha conosciuto il successo con la S maiuscola, altrettanto si può dire per gli ex del Catania ’29. Si tratta di Carmelo Di Bella, il più grande tecnico della storia rossazzurra. Formatosi come calciatore alle falde dell’Etna a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, da mister girovagò in diverse formazioni minori della Sicilia, prima di tornare a casa nel 1957, su richiesta del presidente Agatino Pesce, che gli affidò la guida delle giovanili. L’anno successivo, l’avvio balbettante della truppa agli ordini dello slavo Marjanović portò la società a promuovere Don Carmelo alla guida della prima squadra. Il resto è storia: dopo aver conquistato una sofferta salvezza, Di Bella trasformò in oro il lavoro dei nuovi vertici dirigenziali (Ignazio Marcoccio e Michele Giuffrida), portando il Catania in Serie A al termine della sua seconda stagione da “timoniere”. Il ciclo si prolungò in massima serie, con risultati straordinari, fino al 1966, anno in cui l’andamento fallimentare della squadra indusse Di Bella a rassegnare le dimissioni a gennaio, lasciando la propria eredità al fido Valsecchi. Dopo aver regalato una promozione in A anche ai “cugini” del Palermo, il trainer marca liotru tornò alla base, fortissimamente voluto da Angelo Massimino nell’anno successivo alla retrocessione in B, dopo “l’equivoco Calvanese”, durato poche giornate. Nelle due stagioni che seguirono il Catania disputò buoni campionati, compromessi in parte da discontinuità di risultati ed in parte da intemperanze dei teppisti che provocarono frequenti squalifiche del campo. Nell’estate del 1973 Di Bella decise di gettare la spugna a causa della precarietà della gestione della società, che nel frattempo era passata nelle mani di Salvatore Coco e Salvatore Costa. Tornò all’ombra del vulcano, ancora una volta per volere di Massimino, nell’estate del 1976, per guidare un Catania che era tornato in cadetteria da un anno. La grande storia d’amore si concluse purtroppo con una stagione contradditoria, vissuta per più di metà campionato a metà classifica, prima di un crollo inspiegabile che ebbe come epilogo un’amarissima retrocessione in Serie C.

Gli allenatori-giocatori
Per concludere la carrellata di “ex in panchina” meritano menzione anche i “giocatori-allenatori”, ovvero quei calciatori d’esperienza che nei primi anni di storia del club furono chiamati a gestire emergenze dettate da temporanee “vacatio” in panchina.
Il primo fu il portiere Cesare Goffi, che nel 1946/47 subentrò a Lorenzo Bergia; l’anno dopo toccò a Cocò Nicolosi, che guidò il Catania nella seconda metà di stagione, dopo che alcuni passi falsi della squadra (che ambiva al 1° posto in vista della riorganizzazione del campionato di terza serie) costarono la panchina al tecnico Achille Piccini; nel 1948/49 fu la volta del terzino Oscar Messora, che diresse il brevissimo interregno (una partita) tra le gestioni Degni e Bánás; il medesimo compito fu assolto la stagione seguente dal compagno Alfredo Piram, che subentrò per una gara a Magnozzi, prima di lasciare spazio al nuovo tecnico Stanislao Klein.