#70CATANIA - Le pagine rossazzurre di Roberto Ricca: quinta puntata

Roberto Ricca, da calciatore a scrittore

Roberto Ricca, da calciatore a scrittore  Foto: CalcioCatania.com

Quinto appuntamento con i racconti catanesi di Roberto Ricca, difensore rossazzurro nel biennio 1996-1998

Ciao Ale,
mi accorgo che quando scrivo non riesco a mantenere un aplomb da gentleman inglese, al contrario spesso entro in tackle. Rimane il fatto che sono il primo a volere il Catania sempre più in alto per provare a zittire mio figlio che sostiene che non posso tifare per una squadra che non è in serie A.
Ora torno ai miei ricordi da calciatore rossazzurro.
Dalla prossima puntata si comincerà a far sul serio: ti riferirò tutto sui due derby di Coppa Italia con l'Atletico.

Un abbraccio


Finiti i tre giorni di riposo si ricomincia a lavorare. Da questo momento in poi gli allenamenti si svolgeranno a Catania. La squadra vivrà insieme nell’albergo “I Malavoglia” fino alle due partite con l’Atletico. Il primo allenamento si svolge nel tardo pomeriggio. Salgo in macchina con Maurizio Pellegrino, un altro grande leader di quella squadra al pari di Pasquale Marino e ci dirigiamo verso lo stadio Cibali. Ero curioso ed emozionato all’idea di vedere quell’impianto che aveva fatto epoca nell’immaginario collettivo del calcio italiano. Durante il tragitto mi rendo conto che Catania è una città enorme e che rappresentarla a livello calcistico, qualunque sia la categoria d’appartenenza, sarà una responsabilità.

Arrivati al cancello davanti all’ingresso per le auto non credo ai miei occhi: c’è una marea di tifosi. Mi sembra di rivivere le scene che ho visto quando io, giovane Primavera, ero aggregato alla prima squadra della Juventus. Qui però la differenza è sostanziale perché mentre alla Juve ero consapevole di essere una semplice figura di contorno, qua i tifosi invocano il mio nome. Raggiungo gli spogliatoi con i brividi che mi attraversano la schiena.

L’allenamento si svolgerà al Cibalino, un campo di dimensioni ridotte in terra battuta all’interno dell’impianto principale. A quel tempo infatti a Catania c’erano due squadre: il Calcio Catania 1946 (quello ufficiale con matricola federale 11700) e l’Atletico Catania (una trasposizione dell’Atletico Leonzio nella città dell’elefante. Pur militando in serie C2, noi eravamo il Catania vero, quello dei quarantamila a Roma per gli spareggi per la promozione in serie A. Insomma, noi rappresentavamo il Catania di Massimino, quel presidente che aveva combattuto la guerra contro Matarrese e i suoi galoppini, tra cui figuravano il sindaco Enzo Bianco e il proprietario dell’Atletico Franco Proto. Gli altri (gli “aribattuti”) militavano in C1 e morivano dalla voglia di scalzare dal cuore dei catanesi e dalla geografia del calcio quella matricola FIGC 11700 ancor oggi motivo d’orgoglio per i colori rossazzurri. Pur utilizzando qualsiasi metodo squallido, non riuscirono mai nel loro intento.

Per queste e altre ragioni politiche, il Comune di Catania non aveva ancora destinato un campo dove poterci allenare. Il Cibali era disponibile solo un paio di volte a settimana e per il momento l’unico campo in cui svolgere il nostro lavoro era appunto il Cibalino. A me le condizioni del campo non creavano alcun problema o disagio, perché ho trascorso l’infanzia in un paese di 500 abitanti e il campo sportivo non c’era. Si giocava sull’asfalto lungo le stradine del paese e sui muri insieme ai miei amici avevamo disegnato una porta col gessetto. Inoltre da bambino il mio sogno era diventare un bravo portiere e il mio idolo era Franco Tancredi, il mitico numero uno della Roma. Insomma, un po’ per necessità, un po’ per incoscienza tuffarmi sull’asfalto non rappresentava assolutamente un problema. Le preoccupazioni cominciavano quando tornavo a casa, quasi sempre con i pantaloni rotti e le ginocchia sanguinanti. Per le ginocchia l’unico ostacolo era il bruciore, per i pantaloni i problemi erano molto più seri poiché dovevo sentire i rimbrotti di mia mamma che ogni volta mi minacciava di non farmi più giocare a pallone. Ricordo ancora con vergogna quando entrava disperata nei negozi di abbigliamento a chiedere se c’era la possibilità di acquistare due paia di pantaloni e una felpa. A riveder di nuovo quel campetto polveroso e spelacchiato mi era parso di esser tornato ai tempi della fanciullezza. Una sensazione bellissima, quasi la realizzazione d’un sogno cominciato tempo addietro e finalmente avveratosi.
Entriamo in campo per cominciare la seduta e dalla tribunetta si leva un’autentica ovazione. Ad ogni giro di pista e per tutta la durata dell’allenamento i tifosi ci incitavano come se stessimo giocando la finale di Coppa dei Campioni. Ricordo che fui preso dall’entusiasmo e durante la partitella entrai un paio di volte in scivolata lasciando nella polvere una fetta di pelle. Ma l’entusiasmo e la carica che i tifosi sono in grado di trasmettere alle volte ti fa andare oltre ogni logica.

Permettetemi, ora, una piccola disquisizione di natura tecnica. L’intervento in scivolata non è molto apprezzato dagli allenatori perché una volta che sei andato col sedere per terra se non hai conquistato la palla, difficilmente fai in tempo a rialzarti e recuperare sull’avversario. Viene quindi considerata un’azione alla disperata e da effettuare possibilmente a fondo campo. A dirla tutta, io ero un giocatore che con la tattica non andava d’accordo.
Purtroppo.

Altre erano le mie qualità: un discreto e potente piede sinistro, molto agonismo, tanta corsa. Però quando si era in fase d’attacco mi lasciavo trasportare dall’evolversi dell’azione e spesso lasciavo sguarnita la mia posizione. Per fortuna, giocavo con dei compagni di reparto che riuscivano a tamponare le zone incustodite a causa delle mie scorribande lungo la fascia sinistra. A mia parziale giustificazione dico che in campo si avvertono benissimo gli umori della folla sugli spalti; in particolar modo quando si giocava in casa sentivo l’entusiasmo e il pathos dei tifosi. Percepivo perfettamente quel loro volerci sospingere a fare gol, quella loro angoscia quando ci stavamo difendendo e mi facevo trasportare dal loro temperamento. Forse non è degno d’un giocatore professionista questo mio modo di intendere il calcio, ma non ci posso far niente; nel calcio come nella vita sono il cuore, le sensazioni e le emozioni quelle che mi spingono a fare qualcosa. E poi sfido qualsiasi giocatore che abbia vestito il rossazzurro a dirmi che almeno una volta non ha avuto i brividi lungo la schiena di fronte al calore del pubblico del Massimino.

Ora torno con la memoria al primo allenamento al Cibalino.
Al termine della seduta ci avviciniamo alla tribunetta, applaudiamo e ringraziamo il meraviglioso pubblico catanese. Quando ci allenavamo nell’impianto di piazza Spedini non utilizzavamo gli spogliatoi ufficiali che avevano delle finestrelle soprastanti il piazzale dove parcheggiavamo le auto, ma quelli al piano sottostante. C’erano quattro locali: due adibiti a stanzini per i giocatori, uno per lo staff tecnico e uno che fungeva da ricovero per il materiale. Fatta la doccia indosso l’accappatoio, mi metto le sigarette in tasca e mi imbosco in magazzino a fumarmi una ”bionda.” A impossibile giustificazione adduco questo mio deprecabile comportamento al fatto che portavo i capelli lunghi ma non ho mai utilizzato un phon in vita mia: quindi quei cinque minuti erano necessari per asciugarmi la testa. Nello sgabuzzino, insieme a me c’è una figura quasi leggendaria: Pippo Fleres. Per parlare di Pippo devo cominciare col dire che se mi si chiedesse di ricordarlo con due parole direi: marsupio e scooter.

Pippo è la persona più buona, gentile e disponibile che abbia mai conosciuto. È il factotum di tutti noi. Non solo si occupa della pulizia degli spogliatoi, del materiale per gli allenamenti ma si preoccupa anche di sbrogliare alcune incombenze per i calciatori. Ricordo quando un giorno arrivai al campo per fare allenamento e gli chiesi un favore.
«Pippo scusa, non è che hai tempo per andare in posta a pagarmi il bollo della macchina?»
«E cetto Robbetto».
«Allora qua ci sono i soldi, mi raccomando devi dire che paghi il bollo per il Piemonte; in più mi dovresti pagare la tassa sull’autoradio»
«Cianquillo Robbe, ci pensu iu».
Io tutto “cianquillo” faccio l’allenamento, ma al termine della seduta, dopo la trafila di doccia e sigaretta, scorgo Pippo in magazzino con una faccia strana.
«Pippo, che spacchiu hai?»
«Nenti, nenti Robberto».
«Sei riuscito a pagarmi il bollo?»
«Si, si, qua c’è il resto».
Prendo il danaro, controllo, faccio per pagargli il disturbo ma mi accorgo che in verità mi ha riportato più soldi di quanto avevo previsto.
«Pippo –urlo in modo arrabbiato- ma ti avevo detto di dire che io pagavo il bollo per il Piemonte che costa di più che qua».
«E io l’ho fatto».
«Si, ma a me i conti non tornano. E la tassa per l’autoradio? »
Tutto mogio mi fa: « Robbè io a chiddu ce lo dissi che volevo pagare la tassa, ma mi ha risposto “Ocaca tu e la tassa sull’autoradio, ca nun c’è ”».

In effetti, per scrupolo polentone, sono poi andato personalmente all’ufficio postale di Acitrezza e a quello di Acicastello. Entrambe le volte mi hanno eccepito che, non avendo le coordinate per pagare il bollettino, non se ne faceva niente perché non c’era un prestampato. Unici e mitici sono i miei fratuzzi catanesi.
Torniamo ai ricordi che mi legano a Pippo. Aveva una sensibilità pazzesca e, quando dovevo andare da qualche parte, mi faceva da cicerone; Pippo mi dava appuntamento in un posto a me conosciuto, mi caricava sul suo scooter e mi portava a destinazione. È grazie a lui se ho imparato qualche parola catanese: era Pippo il mio traduttore. Io avevo una paura matta di volare e, durante le trasferte in aereo, me lo sedevo sempre vicino. Gli chiedevo il significato di alcune parole e lui me le traduceva a modo suo: il tempo passava e non pensavo più al volo. In più, i primi tempi a Catania ero un po’ spaesato; agli allenamenti c’erano tifosi che non gradivano il mio modo di giocare e lo manifestavano in dialetto. Non riuscivo a cogliere il significato esatto delle parole ma, dal modo in cui mi apostrofavano, capivo che non si trattava di complimenti. In magazzino chiedevo a Pippo il significato e lui, piuttosto imbarazzato, mi diceva: «Ma no, non è un insulto. Non ti preoccupare». Intanto si scervellava pur di farmi una traduzione che non mi ferisse. Durante le trasferte siamo entrati in confidenza e mi ha raccontato qualcosa delle sue vicende familiari che custodirò sempre dentro di me.

Alcune volte dentro gli spogliatoi gli gridavamo «Pippo sei il numero uno».
Lui di rimando si scherniva così: «No preferisco essere il numero due».
«E perché mai Pippo ?»
«Perché il due è più grande dell’uno».
Mitico Pippo, dovunque tu sia, sappi che ti voglio un bene dell’anima.
Un altro personaggio mitico di quel grande gruppo cui ho avuto il privilegio di far parte è Gino Maltese. Il giorno che me lo presentarono mi disse: «Piacere sono Gino Maltese, il più bello del paese».

Dire che era il nostro massaggiatore sarebbe riduttivo: Gino era la memoria storica del Catania. Lui aveva vissuto in prima persona gli anni leggendari dei quarantamila catanesi a invadere la Capitale, e pure della squadra con i due brasiliani. Aveva uno studio riabilitativo davvero efficiente e andavo spesso da lui. Ora attraverso questi racconti glielo posso confessare, tanto sono passati vent’anni e qualsiasi peccato è caduto in prescrizione. Andavo da lui, facevo mezz’ora di anticamera e gli dicevo che avevo male da qualche parte. In verità, lo facevo per stare in sua compagnia e farmi raccontare una marea di aneddoti . È grazie a lui se mi pare di conoscere i vari Giovanelli, Cantarutti, Mastalli, Morra e Sorrentino. Ricordo la sua signora, una donna gentilissima e raffinata. Certo Gino che tu potevi essere solo catanese perché eri un vulcano sempre in attività. Quanta pazienza avrà avuto la tua signora a sopportarti.
Ti voglio bene Gino !

LEGGI LE PUNTATE PRECEDENTI
Difensore rossazzurro nelle stagioni 1996-97 e 1997-98 in Serie C2

Prima puntata: Giugno e Luglio 1996
Seconda puntata: Carmelo Gennaro e Pasquale Marino
Terza puntata: Il ritiro precampionato, mister Busetta e gli amici Fimiani e Cicchetti
Quarta puntata: La famiglia Massimino

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